Il perdono è una di quelle parole che si sentono continuamente. «Non riesco a perdonare», oppure «L’ho perdonato, ora sto bene».
È una parola che, fin dai tempi della mia formazione, ha sempre fatto risuonare dentro di me una nota disarmonica. Sentivo proprio qualcosa stridere. Negli anni ho compreso il perché: la parola “perdono”, quando è intesa e rivolta verso gli altri, entra in netta disarmonia con un reale allineamento armonico e sistemico.
L’Approccio Concinnitas
Concinnitas non è un metodo o una filosofia: è un approccio. Parte da una visione della persona all’interno del suo sistema, con autentica neutralità e profondo rispetto verso ciò che vive e verso tutti coloro che vi sono coinvolti. Un punto di vista che non si ferma al racconto, ma viaggia dal visibile all’invisibile, dalla materia al sottile. Perché ogni elemento merita di trovare il proprio posto, di essere onorato e integrato in armonia, affinché il Tutto ritrovi senso solo nell’Uno, in cui ogni parte risuona in perfetto accordo con le altre.
Perchè il perdono verso gli alti è un’illusione
Quando desideriamo perdonare qualcun altro, in realtà stiamo giudicando.
Se non giudicassimo “sbagliato” l’atteggiamento dell’altro, non avremmo alcun bisogno di perdonarlo. Dietro al perdono verso gli altri c’è sempre un giudizio: c’è una persona che si posiziona un gradino più in alto e dice: «Tu ti sei comportato male, ma io sono talmente al di sopra di te da poter giudicare le tue azioni e concederti il mio perdono».
Questo meccanismo porta completamente fuori dalla responsabilità personale. Dando la piena responsabilità di ciò che è accaduto all’altra persona (e consegnandole così anche il proprio potere personale), ci garantiamo un quieto vivere momentaneo: ci diciamo che “siamo in pace” perché abbiamo perdonato. Ma in realtà, quella dinamica non è stata minimamente accolta.
Ci sono situazioni che creano un reale danno o un dolore ad altre persone. La parte che ha causato il danno dovrà fare i conti con la sua colpa e la sua responsabilità perché il suo sistema lo richiede. Allo stesso modo, il sistema della vittima richiede di elaborare l’accaduto: pur riconoscendo pienamente ciò che ha subito, la persona decide di non consegnare per sempre all’altro il potere sulla propria vita.
Questo non significa negare le vittime, giustificare chi ferisce o cancellare le responsabilità. Significa distinguere tra essere stati vittima di un accadimento e costruire la propria identità definitiva attorno a quel ruolo. Il primo è un fatto che merita pieno riconoscimento; il secondo può diventare una prigione.
La tendenza all’interezza: perchè le esperienze ritornano
Di fronte a un torto o a una situazione dolorosa, la prima obiezione razionale è spesso: «Ma io non avrei mai voluto né attirato una cosa simile nella mia vita!».
Ed è un’obiezione comprensibile, se guardiamo le cose solo dalla superficie. Ma l’accadimento non torna per punire la persona, e nemmeno perché essa lo desideri razionalmente. Torna perché il sistema tende all’interezza.
Se nel presente abbiamo bisogno di sperimentare una determinata dinamica, è perché dietro di noi (nel nostro sistema) c’è un vuoto. C’è qualcuno o qualcosa che è stato escluso, rinnegato, rifiutato, dimenticato o abbandonato. Ciò che non è stato accolto non scompare semplicemente nel tempo: continua a muoversi nelle generazioni finché qualcuno non è disposto a guardarlo, riconoscerlo e restituirgli un posto.
Perdonare l’altro non reintegra nulla. È soltanto un cerotto che mettiamo nel qui e ora. Ma se il sistema ha bisogno di quel preciso tassello per tornare in equilibrio, prima o poi quel cerotto si staccherà e la dinamica tornerà a bussare alla nostra porta.
La repsonsabilità come potere (e il rispetto del destino altrui)
Ed è proprio qui che entra il concetto di responsabilità secondo Concinnitas.
La responsabilità non va intesa come una colpa, ma come il riconoscimento del proprio potere di interrompere la ripetizione.
Se tutto rimane attribuito esclusivamente all’altro, la persona resta dipendente dall’altro persino per la propria liberazione. Diventa uno spettatore passivo che aspetta che sia il “carnefice” a cambiare o a scusarsi. Quando invece la persona riesce a fermarsi e a domandarsi: «Che cosa sta riportando alla luce questa dinamica nel mio sistema?», allora torna a essere parte attiva della propria risoluzione.
Allo stesso tempo, è giusto che chi ha causato un torto ne porti la colpa e la responsabilità, affrontandone le conseguenze. Questo fa parte della vita e delle leggi del sistema. Quando noi “perdoniamo” l’altro con arroganza o con un senso di superiorità morale, stiamo cercando di sollevarlo dal suo peso, interferendo con il suo ordine e il suo destino. La colpa o la responsabilità che l’altro ha generato appartengono a lui e rimangono nel sistema come suo compito di riequilibrio: non spetta a noi cancellarle o assolverle.
In Concinnitas non c’è l’intenzione di “proteggere” le persone dalla verità rendendole fragili o vittimizzandole. L’intento è riconoscere a ciascuno abbastanza forza da potersi fare carico del proprio destino e guardare anche ciò che è difficile da accettare.
Ogni accadimento è neutro
Per fare questo passaggio, occorre comprendere che ogni accadimento è in sé neutro. La connotazione positiva o negativa siamo noi a darla, attraverso i nostri filtri, i nostri vissuti e i nostri parametri.
Questo lo vediamo chiaramente quando due persone descrivono lo stesso evento: spesso abbiamo versioni diverse, persino contrastanti. La tendenza comune è pensare che uno dei due stia mentendo, e in alcuni casi può essere così. Ma la mia esperienza mi ha portata a osservare che spesso entrambi sono profondamente sinceri: stanno semplicemente descrivendo quello che hanno vissuto. Se portiamo queste persone a osservare unicamente i fatti reali, spogliandoli da tutto ciò che è personale, si arriva quasi sempre a una versione comune o molto simile.
Un altro esempio che mi è capitato spesso è quando una persona rimane profondamente ferita e l’altra non ha nemmeno idea di cosa l’abbia ferita. Questo accade perché misuriamo il comportamento altrui sul nostro barometro di “giusto” e “sbagliato”. Ma l’altra persona agisce a sua volta partendo dai propri filtri, dalle sue paure, dai suoi blocchi e dalle strutture che ha ereditato. Non agisce per pura cattiveria o egoismo, ma perché ha costruito quella specifica armatura. Noi siamo andati a sbattere contro quella struttura e ci siamo feriti.
Abbiamo l’abitudine di associare la dinamica a un viso, a un nome, a una persona specifica. Ma il nostro focus non è mai davvero sulla persona: è sulla dinamica.
Se andiamo a colmare quel vuoto sistemico sottostante, quando rincontreremo quella stessa persona la vivremo su dinamiche del tutto diverse. Non è l’altro a essere cambiato: sono cambiate le frequenze su cui ci agganciamo.
Perdonare la dinamica, non la persona
Perdonare gli altri non chiude il cerchio, apre solo a nuovi giudizi e allontana dalla soluzione. Se vogliamo davvero parlare di perdono all’interno di un cammino di consapevolezza:
- Perdonare se stessi è il primo passo: significa riconoscere che, a livello animico, potremmo esserci disconnessi o aver accettato di rivivere quell’esclusione per lealtà al nostro sistema.
- Perdonare la dinamica è l’atto risolutivo: significa riconoscere il senso profondo dell’esperienza — il suo tentativo di riportare armonia nel Tutto — permettendoci di integrare il pezzo mancante e sciogliere il nodo.
Lasciare all’altro la responsabilità delle sue azioni è un gesto di profondo rispetto sistemico. Perdonare, comprendere e integrare la dinamica è ciò che restituisce a ciascuno il proprio giusto posto e la propria autentica libertà.
Le Armonizzazioni Sistemiche e le Costellazioni Familiari come Strumento dell’integrazione
Questi processi vengono spesso elaborati a livello mentale, ma capirli razionalmente non basta a sciogliere il nodo nel sistema.
Quello che nel mio lavoro trovo davvero profondo e integrativo sono le Armonizzazioni Sistemiche e le Costellazioni Familiari: all’interno di un lavoro in una dimensione quantica è molto più semplice rimettere i giusti tasselli anche in esperienze passate, nostre o del nostro sistema.
Questo non significa escludere altri metodi che lavorano a livello profondo, ma preferisco parlare di strumenti che conosco a fondo e di cui ho competenza diretta.
Rimango comunque ferma nel mio pensiero: oltre alla giusta tecnica, ciò che fa davvero la differenza sono l’approccio, l’indirizzo di lavoro e la neutralità d’osservazione di chi conduce il campo.
