Ciò che accade e ciò che viviamo non sempre sono la stessa cosa

Ogni situazione che incontriamo passa inevitabilmente attraverso di noi: attraverso la nostra storia, le esperienze precedenti, le paure, le aspettative, ciò che abbiamo imparato, ciò che abbiamo perso, ciò che desideriamo e ciò che temiamo possa accadere.

Non osserviamo quindi la realtà da un punto completamente neutro.

La osserviamo attraverso dei filtri.

Ed è proprio per questo che due persone possono vivere lo stesso evento e raccontarlo in maniera completamente diversa, senza che necessariamente una delle due stia mentendo. Entrambe stanno raccontando ciò che hanno percepito attraverso il proprio vissuto.

Il problema nasce quando dimentichiamo che quella percezione è una lettura della realtà e iniziamo a considerarla la realtà stessa.

Quando l’emozione completa ciò che non sappiamo

Immaginiamo di mandare un messaggio importante a qualcuno e di non ricevere risposta.

Il fatto reale, in quel momento, è molto semplice:

ho mandato un messaggio e non ho ancora ricevuto risposta.

Tutto il resto può cominciare pochi secondi dopo.

“Avrò detto qualcosa di sbagliato.”

“È arrabbiato con me.”

“Non gli interessa.”

“Sta prendendo le distanze.”

“È successo qualcosa.”

Oppure, se desideriamo molto una determinata risposta:

“Sicuramente sta pensando a cosa scrivermi.”

“Probabilmente vuole farmi una sorpresa.”

Il nostro cervello cerca continuamente di attribuire significato a ciò che accade. Dove mancano informazioni, tende a riempire gli spazi vuoti utilizzando ciò che già conosce.

Ed è lì che entrano in gioco il vissuto, le ferite, le aspettative e le emozioni.

Una persona che ha sperimentato frequentemente l’abbandono potrebbe leggere un silenzio come distanza.

Chi teme il conflitto potrebbe interpretare una risposta breve come rabbia.

Chi desidera intensamente che qualcosa accada potrebbe leggere segnali positivi anche dove, per il momento, non esistono elementi sufficienti per farlo.

L’emozione non sta necessariamente dicendo qualcosa di sbagliato.

Sta raccontando qualcosa di noi.

Ma questo non significa automaticamente che stia raccontando correttamente ciò che stà accadendo fuori da noi.

Lemozione è reale. La sua interpretazione non sempre lo è.

Questa distinzione è fondamentale.

Se provo paura, quella paura esiste.

Se provo rabbia, quella rabbia esiste.

Se provo gelosia, entusiasmo, tristezza o speranza, quelle emozioni sono autentiche e meritano di essere ascoltate.

Ma posso provare paura senza essere realmente in pericolo, posso sentirmi rifiutato senza che qualcuno mi abbia rifiutato, posso sentirmi giudicato senza che l’altro abbia espresso un giudizio, posso desiderare fortemente qualcosa senza che esistano ancora elementi concreti che dicano che accadrà.

 

Accogliere un’emozione non significa trasformarla automaticamente in una prova.

Ed è forse una delle capacità più importanti da sviluppare quando vogliamo osservare una situazione con maggiore chiarezza.

Non reprimere l’emozione, ma togliere per un momento i suoi occhiali, quando si parla di “controllare le emozioni” si rischia di immaginare un tentativo di non sentire.

Ma non è questo.

Un’emozione repressa continua ad agire, semplicemente lo fa senza che ce ne rendiamo conto. Il lavoro consiste piuttosto nel riconoscere:

“Questo è ciò che sto sentendo.”

e successivamente domandarsi:

“Ma che cosa sta realmente accadendo?”

È come togliere temporaneamente un paio di occhiali colorati.

Gli occhiali non sono sbagliati. Sono i nostri. Raccontano la nostra storia.

Ma se vogliamo comprendere con maggiore precisione ciò che abbiamo davanti, qualche volta abbiamo bisogno di appoggiarli sul tavolo e osservare.

Cosa c’è realmente?

Quando l’emotività diventa molto intensa può essere utile riportarsi intenzionalmente verso ciò che è concreto

Possiamo chiederci:

Che cosa so con certezza?

Che cosa ho realmente visto o sentito?

Che cosa è stato detto esattamente?

Quali elementi sono verificabili?

Che cosa invece sto supponendo?

Che cosa temo possa significare?

Che cosa desidero che significhi?

 

Queste domande creano una separazione molto importante tra fatto e interpretazione.

Se una persona non mi risponde da tre ore, questo è un fatto.

“Non vuole più avere niente a che fare con me” è un’interpretazione.

Se durante una riunione qualcuno non commenta la mia proposta, questo è un fatto.

“Pensa che io sia incompetente” è un’interpretazione.

Se una persona mi dice “ne parliamo domani”, queste sono le parole pronunciate.

Tutto ciò che immagino possa esserci dietro appartiene, almeno fino a quando non avrò altri elementi, al territorio delle ipotesi.

Separare questi due livelli non cancella ciò che sentiamo.

Ci permette semplicemente di non costruire una realtà intera sopra qualcosa che ancora non sappiamo.

Guardare la situazione con gli occhi di qualcun’altro

Quando siamo molto coinvolti emotivamente può essere difficile distinguere ciò che sta realmente accadendo da tutto ciò che la nostra mente sta costruendo attorno alla situazione.

In questi momenti può essere utile cambiare intenzionalmente punto di osservazione.

Immagina che, proprio mentre quella scena sta accadendo, passi una persona che stimi e di cui ti fidi.

Può essere qualcuno che conosci realmente, una persona che consideri particolarmente lucida ed equilibrata oppure persino un personaggio immaginario.

Questa persona non conosce la tua storia.

Non conosce le tue paure.

Non sa che cosa speri accada.

Non conosce tutto ciò che è successo prima.

Arriva semplicemente lì e osserva.

 

Che cosa vedrebbe?

Che cosa sentirebbe realmente dire?

Quali comportamenti potrebbe descrivere con certezza?

E che cosa, invece, non avrebbe elementi sufficienti per poter affermare?

 

L’obiettivo non è trovare una nuova interpretazione, é fare qualcosa di ancora più semplice: raccogliere i fatti.

 

È quello che spesso facciamo spontaneamente quando una persona ci racconta un problema.

Da fuori riusciamo più facilmente a distinguere ciò che è successo da ciò che quella persona teme, suppone o desidera.

 

Quando invece siamo noi al centro della situazione, questa distinzione diventa molto più difficile perché insieme ai fatti arrivano anche il corpo che reagisce, la memoria che collega, la paura che anticipa e il desiderio che spera.

 

Cambiare osservatore ci permette quindi di creare una piccola distanza dall’emozione, senza negarla.

L’emozione rimane, semplicemente, per qualche istante non è lei a definire ciò che accade.

Questo cambio di prospettiva può sembrare banale, ma modifica profondamente il modo in cui elaboriamo una situazione.

Perché non abbiamo soltanto i fatti, abbiamo il corpo che reagisce, la memoria che collega, la paura che anticipa, il desiderio che spera.

Le emozioni possono cambiare anche ciò che accadrà dopo

LA REALTÀ oltre IL VISSUTO
QUANDO LE EMOZIONI CAMBIANO CIÒ CHE VEDIAMO

I nostri filtri entrano anche nelle relazioni, non modificano soltanto il modo in cui viviamo una situazione. Possono modificarne anche lo sviluppo

Il modo in cui interpretiamo una situazione non rimane soltanto dentro di noi.

Influenza il nostro tono di voce, il modo in cui rispondiamo, quanto ci avviciniamo o ci allontaniamo, quanto diventiamo disponibili, freddi, insistenti, difensivi o aggressivi.

 

In altre parole, ciò che penso stia accadendo modifica il mio modo di agire.

E il mio modo di agire modifica inevitabilmente anche ciò che accade dopo.

Se interpreto un silenzio come rifiuto, potrei diventare distante.

Se leggo una frase come un attacco, potrei rispondere sulla difensiva.

Se temo di non essere importante per l’altro, potrei iniziare a chiedere continue conferme.

L’altra persona, quindi, non reagirà alla situazione iniziale, ma anche al comportamento che la mia interpretazione ha prodotto.

Ed ecco che una paura può contribuire involontariamente a creare proprio il tipo di dinamica che temevamo.

Non perché “abbiamo attirato” magicamente quell’evento, ma perché percezione, emozione e comportamento sono continuamente collegati.

Quindi, ciò che penso stia succedendo modifica il modo in cui agisco, il modo in cui agisco modifica ciò che succede dopo.

 

Ed è così che due mondi interiori, ognuno con i propri filtri, iniziano a incontrarsi e forse anche scontrarsi.

L’altro non pensa con i nostri filtri

C’è un errore molto comune nelle relazioni:

aspettarsi che l’altra persona capisca automaticamente ciò che noi stiamo vivendo.

“Dovrebbe capire che mi ha ferito.”

“Dovrebbe sapere perché sono arrabbiato.”

“È evidente che quella cosa mi avrebbe dato fastidio.”

Ma ciò che per noi è evidente potrebbe non esserlo affatto per l’altro.

L’altra persona non possiede la nostra storia.

Non ha vissuto le nostre esperienze.

Non ha le nostre paure, le nostre ferite, le nostre associazioni e nemmeno il nostro modo di attribuire significato alle cose.

Quello stesso comportamento che dentro di noi ha acceso un’emozione molto forte potrebbe non attivare nulla in lei.

Non perché non le importi, semplicemente perché i suoi filtri sono diversi dai nostri; ed è per questo che non possiamo chiedere all’altro di indovinare ciò che pensiamo o sentiamo.

Possiamo però raccontarglielo.

Tra stimolo e risposta esiste uno spazio

L’obiettivo, quindi, non è diventare freddi, distaccati o incapaci di emozionarci.

È creare un piccolo spazio tra ciò che accade e ciò che concludiamo, tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo. Uno spazio in cui possiamo dire:

“Questa situazione sta attivando qualcosa dentro di me. Prima di reagire, voglio capire che cosa appartiene a ciò che sta realmente succedendo e che cosa appartiene alla mia storia.”

 

A volte scopriremo che la nostra paura aveva colto qualcosa di importante, o forse che stavamo combattendo contro uno scenario esistente soltanto nella nostra mente. In entrambi i casi l’emozione avrà avuto una funzione: portarci un’informazione.

 

Ma saremo noi a decidere che cosa farne, tornare a ciò che c’è.

 

Siamo esseri umani, non osservatori neutrali e forse non possiamo osservare la realtà senza alcun filtro, ma possiamo imparare a riconoscerli.

 

Possiamo accorgerci di quando una ferita sta parlando al posto della realtà, di quando una paura sta trasformando una possibilità in una certezza, di quando un desiderio ci sta facendo vedere già scritto qualcosa che ancora deve accadere.

E possiamo tornare, ogni volta, a una domanda molto semplice:

Che cosa c’è realmente, qui e ora?

Non ciò che temo.

Non ciò che spero.

Non ciò che penso possa accadere domani.

Non ciò che una situazione simile ha significato dieci anni fa.

Ma ciò che esiste adesso.

Forse la capacità di regolare l’emotività nasce proprio da qui, non dal sentire meno.

Ma dal riuscire a sentire pienamente senza permettere a ciò che sentiamo di decidere automaticamente ciò che è vero.

Comunicare invece di far interpretare

Una comunicazione chiara permette di interrompere molte delle interpretazioni che altrimenti si accumulerebbero da entrambe le parti.

Invece di dire:

“Non te ne frega niente.”

possiamo dire:

“Quando è successa questa cosa, io mi sono sentito messo da parte.”

Invece di dire:

“Lo fai apposta.”

possiamo dire:

“Quando hai avuto questo atteggiamento, mi sono accorto che dentro di me è partita questa interpretazione.”

Oppure:

“Quello che hai detto mi ha fatto sentire così.”

“Questa situazione mi ha portato a pensare questo.”

“Quando accade questa cosa, in me si attiva questa emozione.”

C’è una differenza enorme.

 

Nel primo caso stiamo dicendo all’altro chi è, che cosa pensa o quali intenzioni ha.

Nel secondo stiamo raccontando ciò che è successo dentro di noi, e su questo possiamo essere molto più precisi.

Dare all’altro la possibilità di raccontare il suo mondo

Quando comunichiamo ciò che abbiamo vissuto senza trasformare immediatamente la nostra interpretazione in una verità sull’altro, lasciamo aperto uno spazio.

Uno spazio in cui anche l’altra persona può dire:

“Non era questo che intendevo.”

“Non mi ero reso conto che ti avrebbe fatto sentire così.”

“Da parte mia stava succedendo tutt’altro.”

Oppure, a volte:

“Sì, era proprio quello che volevo comunicarti.”

Ma almeno, a quel punto, non stiamo più lavorando soltanto sulle nostre ipotesi.

Abbiamo un’informazione reale in più, questo non significa che l’altro avrà necessariamente ragione o che la nostra percezione fosse sbagliata.

Significa semplicemente che prima di arrivare a una conclusione abbiamo permesso alla realtà di aggiungere dei dati.

Ascoltare senza preparare già la risposta

Anche ascoltare richiede lo stesso lavoro.

Possiamo chiedere spiegazioni e poi, mentre l’altra persona parla, continuare comunque a filtrare ogni parola attraverso ciò che avevamo già deciso.

In quel caso non stiamo realmente ascoltando.

Stiamo cercando conferme alla nostra interpretazione.

Ascoltare significa concederci per qualche istante la possibilità che ciò che pensavamo non fosse l’unica lettura possibile.

Non dobbiamo necessariamente cambiare idea.

Ma possiamo permettere all’altro di completare le informazioni che ci mancavano.

È ancora una volta un ritorno ai fatti:

Che cosa sta realmente dicendo questa persona?

Non che cosa temo che voglia dire.

Non ciò che penso ci sia dietro.

Non ciò che avrebbe detto qualcun altro al suo posto.

Ma le parole che sta pronunciando e ciò che sta cercando di comunicare adesso.

Due persone, due filtri, una realtà da costruire insieme.

Ogni Relazione è l’incontro di almeno due percezioni

Io porto il mio vissuto, tu porti il tuo.

Io attribuisco significati secondo la mia storia, tu fai lo stesso attraverso la tua.

Per questo una comunicazione trasparente non serve semplicemente a “spiegarsi meglio”.

Serve a ridurre lo spazio lasciato alle supposizioni.

Più qualcosa rimane implicito, più chiediamo all’altro di interpretarlo.

E ogni volta che chiediamo all’altro di interpretare, inevitabilmente lo farà attraverso i suoi filtri, non attraverso i nostri.

 

Dire ciò che sentiamo, chiarire ciò che intendiamo e chiedere all’altro cosa intendesse realmente non elimina tutte le incomprensioni.

Ma permette a due mondi interiori diversi di incontrarsi su un terreno un po’ più concreto.

Quello di ciò che è stato detto.

Di ciò che è stato fatto.

Di ciò che ciascuno ha provato.

E di ciò che, finalmente, può essere chiarito

I filtri non sono una condanna

Io porto il mio vissuto, tu porti il tuo.

Io attribuisco significati secondo la mia storia, tu fai lo stesso attraverso la tua.

Per questo una comunicazione trasparente non serve semplicemente a “spiegarsi meglio”.

Serve a ridurre lo spazio lasciato alle supposizioni.

Più qualcosa rimane implicito, più chiediamo all’altro di interpretarlo.

E ogni volta che chiediamo all’altro di interpretare, inevitabilmente lo farà attraverso i suoi filtri, non attraverso i nostri.

 

Dire ciò che sentiamo, chiarire ciò che intendiamo e chiedere all’altro cosa intendesse realmente non elimina tutte le incomprensioni.

Ma permette a due mondi interiori diversi di incontrarsi su un terreno un po’ più concreto.

Quello di ciò che è stato detto.

Di ciò che è stato fatto.

Di ciò che ciascuno ha provato.

E di ciò che, finalmente, può essere chiarito.

Dal filtro automatico alla possibilità di scegliere

Quando un automatismo non viene riconosciuto, spesso reagiamo prima ancora di accorgerci di ciò che sta succedendo dentro di noi.

La paura parla.

La ferita interpreta.

Il corpo reagisce.

E soltanto dopo cerchiamo di capire cosa sia accaduto.

Lavorare sui propri filtri permette lentamente di creare uno spazio diverso.

Possiamo continuare a riconoscere un segnale che un tempo ci avrebbe travolti e, nello stesso tempo, accorgerci che oggi abbiamo più possibilità.

Possiamo fermarci.

Osservare.

Chiedere.

Verificare.

Comunicare.

E scegliere come rispondere.

La scelta rimane sempre la tua, puoi decidere di farti governare dalle emozioni, di governare le emozioni o trovare qualcuno che possa accompagnarti a capire cosa ha attivato quel filtro e restituirgli il giusto posto, la giusta dimensione.

 

Ed è forse questo uno degli aspetti più importanti del lavoro su di sé: non eliminare la propria storia, ma fare in modo che il passato non debba continuamente decidere come vivere il presente.